Prima di morire

Prima di morire,
tutto prima di morire.
Pezzi di carne, cosce, mutande e braccia.
I muscoli del collo che reggono quella regale testa.

Un letto gonfio e caldo d’estate
sorretto da lenzuola, pelose coperte e ancor più pelosi
dubbi.

Voi che vi affrettate a voler far tutto da vivi,
correndo all’incontrario per non cascare nel cupo vortice,
a voi dico: certe cose vorrei farle dopo, da morto.

Alla bandierina piantata a terra hai fatto molta attenzione;
quante date segnate su quel calendario, tutte stronzate.
Preferisco seguire movimenti planetari ampi e secolari e
vendere la tigre solo quando è il momento.

Il rischio? Pascere una pecora già morta da tempo.
Preferibile a danzare attorno ad un simulacro di vita, fingendo.

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Pier Paolo Pasolini – Io sono una forza del passato…

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

[da Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964]

Sapessi

Sapessi, sapessi quanto sono stanco
quando la sera torno a casa, sul collettivo
stracolmo di umanità impoverita.

Guardo le occhiaie di una donna seduta,
lei fissa il vuoto nella disperata luce arancio
che plana all’interno del vagoncino.

Sapessi quanto poco guardo il cielo,
sapessi da quanto non conto le stelle
provando almeno ad immaginarmelo, un futuro.

Se sapessi che la vita continua e non finisce
farei spallucce e tirerei dritto.
Ma tutto questo dura quanto un collant, basta una disattenzione
e -là- ecco una smagliatura, un graffio.

Sai, ho imparato a nuotare in questo stagno beige,
mi affogo e riemergo con destrezza, mi scuoto
per levare i cumuli di fango dalla pelle.

Faccio il pesce in barile; ma a furia di raschiare il fondo
si finisce per assomigliarcisi. I confini sono ora confusi e
l’identità, smarrita.

Se sapessi forse mi capiresti, mentre rimiro pianeti che
trovano l’asse da molto tempo smarrito, la via.

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Prints by Alexander Aksinin Title: Paul Eluard

Un orecchino

C’è un orecchino sul comodino
lasciato a riflettere un raggio di luce
che sezione la stanza con geometrica asettica allegria.


E’ un residuo della notte passata,
di un incontro soave, inatteso,
di un armistizio interiore.
Abbiamo ballato un’ubriaca polka di mezzanotte,
zoppi e fradici, estatici come due commilitoni
a fine servizio.


Ora ricordo,
tu mi hai stretto e mi hai detto: “Guardami negli occhi, non so niente, eppure suppongo di sapere”.
Erano forse le due o le tre.
Ho un intruglio amaro nel giacchino che fa al caso tuo, ti dissi.
Fai attenzione,
ti tingerà i capelli di nero carbone, ti spoglierà nuda, ti massaggerà le sinapsi, rinascerai sporca e viva.
Di sicuro erano passate le quattro.


Ora è mattina e forse
vorrai scappare in fretta a spasso per la città
usando la tua fronte come esca per altri cervelli.


Ma ora che dormi e sospiri proprio qui
vivo la libertà di sorprendermi in piena adorazione
di una scintilla ribelle in un mare di pelle.

Red

Danza,

danza,

danza!

Danza per me prima che le ultime parole

abbandonino questo arso lido.

Sciogli i sandali e mostrami

quei segni che porti alle caviglie.

Racconta (e non a me);

racconta l’infinito avvenire riversato sul passato

di cento e altre cento e ancora cento storie.

Rotondamente inutile, conturbantemente stuzzicante;

incanta, ipnotizza, disegna l’arco immaginario.

“Nonna” di Julio Cortazar

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle spiagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, non se ne vanno, nonna.
La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele, ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.
Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonna.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì,
e che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.

Libera (una storia ) – Augusto Lorca

C’è forse bisogno di altra carta (macchiata d’olio)
che parli piano,
gema quando deve
pianga forte, rida lieve?

Scomodo un ricordo fatto di cucine
di una matita incastrata
Smuovo un elefante, cammina solo
passeggia leggero e ritorna a me.

C’era un’aria diversa
non lo so raccontare
anni, fiori, mani e pelle
Un letto ed altri ingredienti
facili da trovare.

Nella tua stanza arricciavi i pensieri
e mi pensavi,
tagliando come una spada righe, strade, mare
senza mai arrivare.

Storia di un abisso umano e tiepido,
danzante dentro e fuori,
lesto invasore, così bravo
a correr via, come la piega su un pantalone.

Forse no, non ce la si fa
ad imbrattare carta,
a raccontare questa storia
che come polvere vola,
libera.

Bontà mia, fortuna tua

Ti insegnerei

a non affogare

quando il mare ti inghiotte

un giorno grigio di vento.

Ti spalmerei

la faccia di musica

nera e disperata.

Ti insegnerei a

non chiedere,

non dare,

a stare in silenzio.

A rinnegare qualche dio

e a maledire il prossimo.

Ti direi

senti il ritmo battere

chiudi gli occhi,

danza

scuotiti

lasciati pervadere:

Il cielo è troppo grande per essere compreso.

Chiarirei perchè

non c’è nessun colore da leccare

se ti senti nero.

Con l’esempio di un padre

ti darei un ceffone per ogni mio sbaglio.

Ti direi

non chiedere perchè sei qui.

Preparati alla guerra

chè certe paci sono quasi peggio.

Scopriti d’estate,

capisciti d’inverno.

Amara è la sfortuna

in ogni giorno qualunque.

Si viene al mondo per vivere qualche lunedì di sole

e odiare il resto del tempo.

Ma qui non sei,

fortuna tua.

 

Le tue scarpe col tacco mi ricordano che siamo esseri mortali

Un giorno per vivere

un giorno per dimenticare

capelli sporchi sempre in testa

quattro paia di scarpe

tutte da buttare.

 

Amore gioia musica

di cartone

non ti voglio più vedere

nell’algida Albione.

 

Compro oggetti

butto confezioni.

Il peso netto?

scarse emozioni.

 

Te lo dissi in segreto

in quella grotta

Te lo dissi in un orecchio;

era una notte pluvia e ubriaca

Ce lo siamo scordato entrambi

come un pelo in bocca

 

C’è un sentiero solitario che sale

la collina.

Mille anni di esilio

e mille anni ancora.

Un’eternità anemica,

il peggior destino.