Federico Spadafora – Il giorno che morirò

Il giorno che morirò
non ci sarà la banda a suonare,
non ci saranno fiori
e manco le campane.

Il giorno che morirò
qualcuno accenderà la Tv
e penserà
“che palle”.

Il giorno che morirò
sarà un giorno come un altro
che mi piaccia o meno.

Il giorno che morirò, sarà tutto in un attimo
rimpiangerò di non aver vissuto un’altra vita,
come sempre.

Il giorno che non sarò più
qualcuno piangerà, qualcuno griderà
senza aver capito
che la vita è dolore,
ma andarsene è reato.

Mentre il giorno si spegne
e la sera mi accoglie
il mio corpo morbido giace
finalmente perfetto,
si svuota d’anima,
pallido oggetto.

Dal mio letto, da un qualunque gradino
in quell’attimo altissimo
non penserò a nessuno,
nè alla mamma, nè a Dio,
avrò paura e
mi getterò
nell’oblio.

Federico Spadafora – Il giorno che morirò

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I remembered my New Orleans days, living on two five-cent candy bars a day for weeks at a time in order to have leisure to write. But starvation, unfortunately, didn’t improve art. It only hindered it. A man’s soul was rooted in his stomach. A man could write much better after eating a porterhouse steak and drinking a pint of whiskey than he could ever write after eating a nickel candy bar. The myth of the starving artist was a hoax. – Charles Bukowski

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Anaïs Nin, “Mistica del sesso”

«Perché si scrive è una domanda a cui posso rispondere facilmente, dato che me lo sono chiesto così spesso. Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un’atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita.

Questa, credo, è la ragione di ogni opera d’arte».

Anaïs Nin, “Mistica del sesso”

Hymnus ad nocturnum

Ho la calma di un morto:
guardo il letto che attende
le mie membra e lo specchio
che mi riflette assorto.

Non so vincere il gelo
dell’angoscia, piangendo,
come un tempo, nel cuore
della terra e del cielo.

Non so fingermi calme
o indifferenze o altre
giovanili prodezze,
serti di mirto o palme.

O immoto Dio che odio
fa che emani ancora
vita dalla mia vita
non m’importa più il modo.

– Pier Paolo Pasolini

 

transcendental abstractionism
holger lippmann / artist