non saprei

colpevoli spazi, colpevoli suoni.

tracciando una linea divisoria tra un me e un “voi” generalizzato riduco la massa a pochi calcoli spicci.

una piccola fine luce, una preoccupazione notturna che da tempo non si riaffacciava alla finestra sul vicolo dei sogni.

ci sono da sbrigare piccole faccende tenere lungo i sentieri di capelli e tenebra che Dio ci lascia percorrere… dimmelo, dimmelo

e a te mi rifaccio, perche’ non lo posso chiedere a nessun altra.

e’ una mano sul collo, un’ombra innamorata, una canzone ubriaca che ci fara’ sbandare ed andare a schiantarci contro una parete di costole di balena.

un mojito spezzato in quattro da una miscela secca di vari liquori sintetici.

un bicchiere di plastica -dicono – non puo’ contenere una notte.

una vita puo’ durare uno sguardo e il resto puo’ essere contorno urbano nei vostri portoni di marmo e spazzatura.

non ho la pazienza di aspettare un futuro pigro e marinero per cui corro per far passare il tempo.

mi cullo solo nel ricordo di una spiaggia oceanica che mi spaventava, di lunghe camminate notturne sulle spiagge di Unawatuna, di un passato infernale che ora con la sicurezza del poi pare paradiso.

scrivere post lunghissimi per scombinare un po’ le carte in tavola.

e sulla tavola

una tovaglia di velluto