Ishiro Nori

Archive for the ‘Poesia’ Category

“Nonna” di Julio Cortazar

In Poesia on ottobre 8, 2014 at 10:26 pm

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle spiagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, non se ne vanno, nonna.
La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele, ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.
Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonna.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì,
e che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.

Libera (una storia ) – Augusto Lorca

In Amore, Poesia on agosto 13, 2014 at 11:54 am

C’è forse bisogno di altra carta (macchiata d’olio)
che parli piano,
gema quando deve
pianga forte, rida lieve?

Scomodo un ricordo fatto di cucine
di una matita incastrata
Smuovo un elefante, cammina solo
passeggia leggero e ritorna a me.

C’era un’aria diversa
non lo so raccontare
anni, fiori, mani e pelle
Un letto ed altri ingredienti
facili da trovare.

Nella tua stanza arricciavi i pensieri
e mi pensavi,
tagliando come una spada righe, strade, mare
senza mai arrivare.

Storia di un abisso umano e tiepido,
danzante dentro e fuori,
lesto invasore, così bravo
a correr via, come la piega su un pantalone.

Forse no, non ce la si fa
ad imbrattare carta,
a raccontare questa storia
che come polvere vola,
libera.

Bontà mia, fortuna tua

In Poesia on febbraio 26, 2014 at 10:52 pm

Ti insegnerei

a non affogare

quando il mare ti inghiotte

un giorno grigio di vento.

Ti spalmerei

la faccia di musica

nera e disperata.

Ti insegnerei a

non chiedere,

non dare,

a stare in silenzio.

A rinnegare qualche dio

e a maledire il prossimo.

Ti direi

senti il ritmo battere

chiudi gli occhi,

danza

scuotiti

lasciati pervadere:

Il cielo è troppo grande per essere compreso.

Chiarirei perchè

non c’è nessun colore da leccare

se ti senti nero.

Con l’esempio di un padre

ti darei un ceffone per ogni mio sbaglio.

Ti direi

non chiedere perchè sei qui.

Preparati alla guerra

chè certe paci sono quasi peggio.

Scopriti d’estate,

capisciti d’inverno.

Amara è la sfortuna

in ogni giorno qualunque.

Si viene al mondo per vivere qualche lunedì di sole

e odiare il resto del tempo.

Ma qui non sei,

fortuna tua.

 

Le tue scarpe col tacco mi ricordano che siamo esseri mortali

In Poesia on novembre 1, 2013 at 7:02 pm

Un giorno per vivere

un giorno per dimenticare

capelli sporchi sempre in testa

quattro paia di scarpe

tutte da buttare.

 

Amore gioia musica

di cartone

non ti voglio più vedere

nell’algida Albione.

 

Compro oggetti

butto confezioni.

Il peso netto?

scarse emozioni.

 

Te lo dissi in segreto

in quella grotta

Te lo dissi in un orecchio;

era una notte pluvia e ubriaca

Ce lo siamo scordato entrambi

come un pelo in bocca

 

C’è un sentiero solitario che sale

la collina.

Mille anni di esilio

e mille anni ancora.

Un’eternità anemica,

il peggior destino.

Scalzo

In Poesia on agosto 26, 2013 at 12:51 am

Di tutte le fortune

una sorte rapida ed effimera.

Di tutti i venti

un sospiro fresco notturno.

Di tutti gli astri

una mezza luna sbieca, tagliata a mano.

Di ogni pezzo, una parte.

Di ogni notte, un’ora.

Di tutti gli sguardi,

un’occhiata rapida e impaurita.

Di tutti i tagli,

una ferita profonda ed infetta.

 

Ma nell’oscurità che dà rifugio

quando l’orologio tace

posso entrare in una finestrucola

arrampicarmi fuori

e disgregarmi

sotto una coperta di stelle.

 

Ghiande nelle tasche

In Poesia on giugno 22, 2013 at 12:43 pm

In un piccolo spazio / pensieri mastodontici.

Il canto del cigno / soffoca nel frastuono.

Sostienimi la mano, / un ultimo ballo

sulla riva del fiume.

 

Due passi di lato

e uno indietro.

Spalma suoni dolci e melodiosi

sugli archi dell’oscurità.

 

Un giorno di diritto ed due di sghimbescio

cartacee espressioni plasmate su visi,

bambole di cera.

 

Non c’è tempo per affrettarsi

verso un altro fallimento.

Cadi dalle scale,

spezzati una gamba,

riprendi a divertirti.

E di quel ritmo morire

In Poesia on maggio 30, 2013 at 12:55 am

E di quello stesso verso morire
E di quello stesso verso rimpiangere
Senza quel verso lasciare
Senza quel verso riprendere
La danza.

Un fresco lunedì di Ottobre
Smettere di sperare,
Lasciare in porto
La barca migliore. Uscire
Senza remi verso la tempesta.

Non c’è viaggio senza spine
Né poesia senza rime
Son solo stanchi versi
Per svuotare il cuore.

2037

In Poesia on marzo 11, 2013 at 1:14 am

Manifestazioni di una realtà

sempre troppo piena, troppo semplice

complicata e totalmente vuota.

 

Mi bagno nel gelido lago dell’assoluto

rimergo dalle acque

distinguo i volti e gli oggetti.

 

In una stanza vuota,

tutta la poesia del mondo

ed io dentro.

 

 

Photography of Iceland's volcanic rivers by Andre Ermolaev

Photography of Iceland’s volcanic rivers by Andre Ermolaev

Federico Spadafora – Il giorno che morirò

In Arte, Poesia on gennaio 25, 2013 at 11:38 pm

Il giorno che morirò
non ci sarà la banda a suonare,
non ci saranno fiori
e manco le campane.

Il giorno che morirò
qualcuno accenderà la Tv
e penserà
“che palle”.

Il giorno che morirò
sarà un giorno come un altro
che mi piaccia o meno.

Il giorno che morirò, sarà tutto in un attimo
rimpiangerò di non aver vissuto un’altra vita,
come sempre.

Il giorno che non sarò più
qualcuno piangerà, qualcuno griderà
senza aver capito
che la vita è dolore,
ma andarsene è reato.

Mentre il giorno si spegne
e la sera mi accoglie
il mio corpo morbido giace
finalmente perfetto,
si svuota d’anima,
pallido oggetto.

Dal mio letto, da un qualunque gradino
in quell’attimo altissimo
non penserò a nessuno,
nè alla mamma, nè a Dio,
avrò paura e
mi getterò
nell’oblio.

Federico Spadafora – Il giorno che morirò

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Pier Paolo Pasolini – La religione del mio tempo

In Arte, Poesia on gennaio 12, 2013 at 1:35 am

“Poeta, è vero, ma intanto eccomi su questo treno carico tristemente
di impiegati, come per scherzo, bianco di stanchezza, eccomi
a sudare il mio stipendio, dignità della mia falsa giovinezza,
miseria da cui con interna umiltà e ostentata asprezza mi difendo…”

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